IL LAGO DEI GIGNI, OVVERO IL CANTO (BALLETTO DI ROMA): REINTERPRETAZIONE DI DUE GRANDI CLASSICI, TRA LUCI E OSCURITA’DELLA VITA.
E’ il balletto più replicato, reinterpretato e riadattato nella storia della danza, è Il Lago dei cigni, pilastro del repertorio classico, che eccezionalmente viene affiancato ad un capolavoro della letteratura russa di fine ottocento, Il canto del cigno di Anton Čechov. A proporre questa visionaria creazione è il Balletto di Roma con la coreografia di Fabrizio Monteverde in cui la tradizione si amalgama con il contemporaneo. Una storia cristallizzata nonostante il fluido mistero delle sue origini e le innumerevoli rappresentazioni. Per questo, anche qui, non possono mancare elementi cardine come l’amore l’inganno, la Danza dei piccoli cigni con la sua inconfondibile musica e l’imponente coreografia sulle note della Suite op.20. Le celebri melodie di Čajkovskij che identificano questo balletto dal 1877, anno del debutto, sono intramontabili e indissolubili dall’insieme originario che, anche in eventuali trasposizioni, non possono non essere sempre presenti. Così come la presenza Odette e Odile, il cigno bianco e il cigno nero che qui sono interpretate da due eccellenti danzatrici, Roberta De Simone e Carola Puddu. Il cigno è il fil Rouge che collega ogni nuovo racconto in cui si parla di purezza e femminilità, un simbolo sacro da cui partire anche quando si vuole stravolgere. E Monteverde destruttura ma non stravolge, non crea “altro”, ma estende ciò che già esiste. Parte da questa poetica visione di bellezza che traduce in disordine, con stoffe e vestiti sgualciti che volano, con alle spalle un cumolo di abiti accatastati tanto da ricordare la Venere degli stracci di Pistoletto (1967). Questa è la dimostrazione di una classicità, un’armonia che stride con il caos della vita, e c’è forse una voglia di rivalsa in questo accostamento con il cigno di Čechov, in cui la vecchiaia, la solitudine di un artista Svetlovidov, che cade nell’oblio, anche a causa della malattia che, proprio al culmine della sua disperazione, ha una conversazione con il suo veterano suggeritore, una sorta di alter ego che con ha vissuto passo dopo passo la sua carriera. I successi, le sconfitte tutto si fa chiaro, e dopo il buio, torna a recitare i suoi cavalli di battaglia, per se stesso, riconoscendosi, ed esprimendosi come mai aveva fatto sul palcoscenico, come fosse, appunto, il suo canto del cigno. Un’antica credenza infatti racconta che queste affascinanti creature, verso la morte, esprimono la loro gioia, emettendo dei versi che somigliano ad una ed è questa libertà ad accostare i due pieces. Nonostante il confronto, la storia di Odette e Siegfried rimane la trama principale, in cui si evolve il sentimento di fiducia a seguito di innumerevoli sotterfugi e fraintendimenti. Una elevazione, quella di Odette, che si manifesterà solo con morendo con il suo amato. I visi rugosi dei ballerini (con maschere), espressione della senilità, racconta del peso della vita; gli abiti sgualciti, denotano decadimento, accompagnando i movimenti contemporanei e paradossalmente anche quelli eleganti, riconoscibili nei celebri passi a due fedeli alla coreografie originali. Solo Odile si mostrerà in un secondo momento elegante e bellissima, contrapponendo la realtà ad un’utopica ed ingannevole giovinezza. Le due antagoniste rimarcano ancora una volta il bene e il male, pur essendo il risultato degli eventi che le hanno travolte (l’amore per Siegfried l’una e l’ubbidienza al padre Rothbart l’altra). In questa visione non sono più la copia estetica l’una dell’altra, ma questo ci conduce alla consapevolezza che non importa quali siano le sovrastrutture che abbiamo costruito in un’intera esistenza, perché sarà sempre l’autenticità della propria anima a fare la differenza.
Erika Moroni
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