Un artista geniale, uno show ecclettico, Morgan sale sul palco del San Francesco al Prato a Perugia per la rassegna SanFRA e travolge ogni schema. Inizi credendo di sapere a cosa stai assistendo, e finisci col ritrovarti in mondi lontani, in cui il nostro Virgilio è proprio lui, Marco. Non Morgan, che altro non è che una sfumatura, un personaggio, che lo stesso Marco non sopporterebbe. A Morgan si lascia l’irriverenza, la sfrontatezza, ma anche la verità e la possibilità di esprimere nobili pensieri radicati in lui, che spaziano da argomenti come la depressione, la corruzione, la critica. Da grande musicista, compositore, cantante quale è, Marco il suo ‘Morgan’ lo sostiene, lo riconosce e ne elogia l’inequivocabile talento. Così che possono cadere microfoni, sigarette, si possono dimenticare testi, o non trovare basi musicali, ma tutto è perfettamente in sincrono. Nulla è fuori posto, grazie alla sua capacità di stare sul palco, grazie al suo talento che tutto sovrasta. Lo spettacolo, che come dicevo si è rivelato uno show a tutto tondo in cui, oltre che dalle note, il tempo è stato riempito dalle parole, probabilmente un flusso di coscienza, alle quali nessuno ha obiettato perché voleva più musica. Tra una battuta e involontari, ma enfatizzati, sketch, non si comprendeva se ridere con lui, o se applaudirlo, calorosamente, dimostrando di essere andati oltre all’apparenza, comprendendolo che otre il suo capello eccentrico, al suo elegante frak, indossato forese per prenderci o prendersi in giro, c’è molto di più. Rigoroso musicista o Charlot dei nostri tempi, Morgan non ha deluso, ma solo sorpreso, soprattutto ha estasiato mettendosi all’opera, fondendosi con piano, sintetizzatore e voce, spaziando dall’elettronica alla musica classica passando per il suo genere sperimentale: inizia con Cieli neri del, I still love you del 1995 che magistralmente matcha con The are the days of our dei Queen. Brani del periodo dei Bluvertigo dalla forte impronta new wave, synth pop e alternative rock. L’avanguardia continua, ma nei lavori targati ‘Morgan’ è evidente la ricerca autoriale e barocca, come per Crash (storia di un inventore). Testi introspettivi ironici, malinconici, talvolta assurdi, non manca mai lo sguardo sulla società e i suoi sentimenti. Il pubblico lo applaude, apprezzando molto anche gli omaggi ai grandi del passato, Tenco, Endrigo, e De Andre, a cui dedica un vasto repertorio partendo dal Cantico dei drogati, passando per Il suonatore Jones e arrivando alla celebre Un ottico a cui lega con estrema facilità e bravura la Toccata e fuga in D minore di J.S. Bach come solo un grande artista può fare. L’ultimo concerto in Umbria cadeva esattamente negli stessi giorni, in un altro Auditorium, quello di Foligno, ed era il 2020. Da lì a poco il mondo avrebbe dovuto vivere uno dei momenti più drammatici della storia. In scena l’omaggio era per David Bowie, e come allora, Morgan si conferma lo stesso e centomila: di lui ne parlavo come un personaggio pirandelliano dalle mille sfaccettature. Oggi continua ad insegnarci che può e che possiamo essere chi vogliamo e così, come l’ultima volta, ci saluta con Altrove, suo primo singolo da solista: scende tra la gente visibilmente emozionata, la saluta, ne coglie tutta l’energia, tutto l’affetto. Sale sulle ultime poltrone della platea come fosse il “re del mondo”. Il momento è totalizzante per tutti. Lascia la scena, e mentre la base procede, le luci sono accese e la gente fa rumore, sul palco non rimane che il pianoforte. Come quattro anni fa, ci lascia quindi con l’unico brano che probabilmente lo rappresenta, l’unico determinante per la sua carriera, l’unico con cui ogni volta Marco torna ad essere semplicemente se stesso.

Erika Moroni