OTELLO: LA MODERNA TRASPOSIZIONE DI ANDREA BARACCO GUARDA AL PASSATO PER UN PRESENTE INCLUSIVO.
La rappresentazione al contrario di un teatro arcaico, dove ad essere esclusi sono gli uomini, è la provocatoria differenza di genere voluta da Andrea Baracco, regista de l’Otello prodotto da Teatro stabile dell’Umbria, riempendo il palco con otto donne. La celebre tragedia shakespeariana, che ha origine un tessuto culturale definito moderna ma ben lontano dal concetto di inclusione e parità dei sessi. Come per il teatro Elisabettiano, la vicenda di Iago Desdemona e Otello denota una sinergia tra le interpreti che riescono a far emergere l’indole dei vari personaggi, senza far rimpiangere la parte mancante. Qui si denota quella delicatezza in più, che allora era visibile nella virilità, e siamo difronte ad una scelta voluta, mentre all’epoca era una radicato blocco culturale: ciò che emerge è comunque inequivocabilmente la capacità di immedesimazione che dimostra, oggi come ieri, oltre alla bravura attoriale, l’empatia che l’essere umano può manifestare verso l’atro, chiunque esso sia. Rimane indiscussa la lotta a diritti negati, alla evidente discriminazione di cui già si cercavano le soluzione. Anche nei secoli precedenti, la comunicazione era veicolo di messaggi importanti in tal senso, e lo stesso Otello ne era l’esempio: basti pensare alla protagonista, al suo modus operandi, alla costante determinazione, anche nell’apparente sconfitta finale, sottolineando una Desdemona emancipata, astuta e anticonformista. Un copione in cui le denunce (velate) sono molteplici ed estrematamene attuali, ma la stesura mette tutti sullo stesso piano, creando una condizione di razionale verità. Purtroppo a differenza di altre opere Di Shakespeare, ma anche di altri suoi scrittori coevi (e non), non solo non ci troviamo di fronte ad un lieto fine, ma ciò che tristemente emerge e la totale assenta di un vincitore, reale o morale che sia. Se ne trae l’insegnamento dello sbaglio: le accuse, la mancanza di fiducia, la superbia tessono le pagine di una pièce che nei tempi ancora ci tiene incollati, nella assurda attenzione verso gli orrori dell’uomo. In una consolidata contrapposizione tra bianco e nero, tra bene e male Iago e Otello dove significato non corrisponde con significante, in cui ciò che appare non è come sembra, demolendo ancora una volta gli stereotipi. Un fazzoletto rosso sarà l’effettivo e inconsapevole capro espiatorio che condurrà a intrighi e sotterfugi che solo la mente umana può elaborare. Si dice che un uomo sia meno strutturato di una donna, in questo sia più complessa: invece è proprio la mente di Iago (e di Shakespeare come autore) a progettare un piano spietato per ottenere ciò che desidera. Desdemona sarà vittima ignara, e ciò aggrava la sua condizione che non le permetterà di difendersi e l’amore per Iago la condurrà al suo drammatico destino. Tutto questo è ambientato in uno spazio asettico, lineare, geometrico, impreziosito da aperure abbagliate da uno spazio al di fuori della vicenda, o da momenti di ombre all’interno, simulando un mondo subacqueo (scene Marta Crisolini Malatesta/luci Simone De Angelis). Le otto bravissime attrici sono Valentina Acca (RODERIGO), Flaminia Cuzzoli (CASSIO), Francesca Francomeni (araldo/BIANCA), Federica Fresco (BARABANZI/EMMA), Viola Marietti (MONTANO), Federica Fracassi (IAGO) Ilaria Genatempo (OTELLO) Cristiana Trampariello (DESEMONA); in questa ambientazione surreale riescono magistralmente a creare un’esistenza parallela credibile per quanto impossibile. Vestite dei loro caratteri, ogni personaggio assume un’ identità diversa dall’altra, come la teatralità sfacciata di Montano, identificata dall’abito elisabettiano, la produttività di Cassio che si presenta con la divisa di un operaio, mentre Iago e Otello sono androgeni, canotta per l’uno, maglietta per l’altro, rigorosamente neutre e a tinta unita, denunciando una mascolinità essenziale, differenziati da una giacca, identificazione dell’ inseguimento dell’affermazione, che indossa solo il secondo (costumi di Graziella Pepe). Nei testi, per la drammaturgia di Letizia Russo, si pone l’accento su espliciti doppi sensi, grottescamente comici, contrapposti all’originaria la ferocia, al tono accattivante dedito ad ingannare, all’intercalare interrogativo del dubbio, dello stupore e all’aggressività della rabbia. Senza sorprese per ciò a cui assisteremo, Federica fracassi inizia proprio avvisandoci, e lo fa dalla platea, per tutelate, perché ciò che vedremo sarà doloroso. Lo fa in mezzo a noi, prima di salire su quel pulpito da cui con le altre ci parlerà; lo fa sullo stesso nostro piano, ricordando, ancora una volta, che siamo tutti uguali.
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