IL RAP D’AUTORE DI RANCORE SI EVOLVE CON “TAREK DA COLORARE”, LASCIANDOSI ALLE SPALLE LA FASE PIU’ SCURA. FORSE.
Un cartonato al centro del palco ci inganna sulla sua presenza. Sembra, ma non è lui. Rancore, rapper alternativo della scuola romana, ci pone una domanda ancora prima di rivelarsi: cosa è falso e cosa è reale? Il suo spettacolo è un percorso in cui narra passo dopo passo come è arrivato a Tarek da colorare, il suo ultimo album. Nel titolo il suo vero nome, sulla copertina la sua immagine disegnata e addosso una maglietta colorata, tutto questo per mettersi a nudo. Il ritorno, dopo l’oscuro Xenoverso, è un significativo tentativo per ritrovare se stesso. Come un giullare contemporaneo, un po’ musico un po’ poeta, un po’ attore, inizia cantando ‘Fanfole’, brano astutamente assurdo dove gioca con le parole e i suoi significati, portando il pubblico a seguire l’apparentemente illogico testo. Quello che accade non è altro che un ricalcolo mentale, l’accettazione di una nuova espressione stilistica non così distante da ciò che già conosciamo. Rancore è uno scrittore urbano raffinato, ambiguo e in grado di accostare il verbo crudo e il ritmo vitale. Destabilizza per la concretezza, nonostante parli di fantasiose storie: così ci ritroviamo a seguire racconti di principi carnefici e principesse (‘Sangue di Drago’) oppure oniriche confessioni (‘Codex Seraphinianus’). Ai piedi della Rocca di Assisi, in occasione della prima serata del Riverock, Rancore chiude un cerchio parlando di Giotto e Cimabue (pittori della Basilica) riferendosi all’idea che in origine era stata pensata per la cover dell’album: solo una mosca bianca disegnata ad omaggiare quanto scrisse il Vasari. L’inganno che Tarek associa all’Apostolo Tommaso per la sfiducia che affligge l’essere umano. Lui, con il cartonato iniziale, con la maglietta contaminata di colori, pronto a contagiare, insegna ad avere fiducia nell’altro. L’amico Luigi Serafini ha preso spunto dal Cantico delle Creature per scriverne una Fanfola Francescana dove, come per San Francesco, si professa la tolleranza e fraternità col creato tutto. A concludere il concerto, però, si fa un passo indietro, si guarda al passato con l’esibizione di ‘Aracno 2100’, racconto distopico in versi riferito al luddismo, in cui la denuncia sociale ha la sua collocazione ben precisa e le sue barre amare non lasciano alternativa, ritornando così in quell’ombra che lo ha sempre contraddistinto e che, nonostante l’attuale evoluzione, ancora oggi lo accompagna.
Erika Moroni
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