Un intreccio di stereotipi, il racconto di una vita energicamente vissuta e il ricordo di un’icona nonché di un caro amico, sono gli elementi alla base dello spettacolo interpretato e ideato dalla grandissima Anna Mazzamauro, Come è ancora umano lei, caro Fantozzi. Un tripudio di aneddoti, confessioni e battute dove da subito si evince l’ironia che contraddistingue questa grande attrice che ha basato la sua carriera su un personaggio iconico come quello della Signorina Silvani. Amata e odiata, Anna puntualizza l’inscindibile rapporto con questa figura, avvenente nonché desiderio sempre sfuggente del ragionier Ugo Fantozzi, raccontando il labile confine che col tempo si è istaurato. Un confine sul quale, ad un certo punto, non si è potuto più fare chiarezza, per il successo e l’affetto, ottenuto grazie a questo ruolo e per la sua credibilità interpretativa. La Signorina Silvani, donna insicura e malinconica, è intrepidamente vestita di esuberanza e spregiudicatezza, rappresenta agli occhi di tutti più di un luogo comune (qualcuno – solo nella vita reale – ha osato definirla racchia, proprio lei che interpreta la bella e impossibile) e stravolge l’immagine della femme fatale (anche se bellissima lo è di fatto- n.d.r.) grazie al suo charme innato in grado di superare quelle che oggettivamente sono delle particolarità, e che per qualcuno potrebbero risultare difetti. I criteri estetici culturali sono gli stessi che da sempre hanno attanagliato anche la stessa Anna, la quale ha sempre risposto alle critiche con estrema intelligenza. Da donna ironica e autoironica, ha reso positivo ciò che all’apparenza poteva sembrare negativo, facendone così un punto di forza. Uno spettacolo che apre gli occhi su varie opinioni abusate, opinioni che lo stesso Paolo Villaggio ha sottolineato anche con il suo alter ego Ugo, ragioniere che ad oggi ricadrebbe nella categoria di coloro che hanno subito mobbing, per le atroci calunnie subite, ma che nel suo contesto raggiunge tutt’altro risultato. Anche attraverso la sua famiglia: una moglie sottomessa ma completamente devota al marito, interpretata inizialmente da Liù Bosisio, che si evolve in un secondo momento proponendosi un atteggiamento di rivalsa alla frustrazione, come vediamo con Milla Vukotic. La figlia Mariangela, lei si, oggettivamente e volutamente non bella, tanto da aver scelto come attore un uomo, il grande Plinio Fernando è invece il simbolo del vero amore incondizionato e protetto, anche se fa sempre parte della stessa assurda narrazione. E in questo clima di alterata realtà, dove il contrario di tutto funziona magistralmente come onesto specchio del reale, la comicità e il teatro dell’assurdo emergono prepotentemente creando all’apparenza sollievo nello spettatore, che però talvolta amaramente si riconosce in questo circo, ma in quella che è la vita reale. Anna Mazzamauro si ispira a tutto questo e soprattutto alle lettere che Paolo Villaggio scrisse in onore del lavoratore ma dell’essere umano in generale dove tutti soprusi vengono demonizzati paradossalmente proprio con la frase «come è umano lei». Lo spettacolo procede, le risate riecheggiano, ma la nostalgia inebria il Teatro Clitunno di Trevi attraverso il ricordo, commovente e sincero di Anna, o “della Silvani”, o ancora della Signorina Mazzamauro. Mentre parla di questo uomo geniale e avanguardista si percepisce l’affetto che ancora oggi la lega sentitamente a lui, a cui deve molto; lui, che ha potuto conoscere fuori dal set, lui che l’ha voluta immediatamente nel suo cast, e oggi possiamo dirlo: quella scelta, che poteva non sembrare un complimento, in realtà si è dimostrata la più grande venerazione che un regista potesse fare ad un attrice, il più grande elogio artistico nella storia del cinema italiano.

Erika Moroni