Bellezza e sensualità non sono le uniche caratteristiche evidenti quando Drusilla, Afrodite in terra per eccellenza, con ironia e cinismo trasforma il tempio sull’Olimpo in un salotto borghese parigino, in cui l’alta società degli Dei si incontra tra rancori e sorrisi di circostanza, mostrando il lato più vanitoso e capriccioso. Nel suo ultimo spettacolo “Venere Nemica”, algida e luminosa, questa donna si muove all’interno di una narrazione che si innesca tra mito e miseria in cui emergono la paura di non essere creduti e la condanna di essere immortali: La Venere di Drusilla riconosce il suo ruolo onnipotente guardando con snobismo esseri inferiori come gli umani, con i quali paradossalmente decide di vivere, tra risentimento e interesse. Senza che se ne sia accorga è già scesa dalla sua posizione mitologica in cui la bellezza sembra essere tutto quello che possiede, mostrando le sue fragilità che sono le stesse di chiunque, ed umanizzandosi, e con essa tutte le divinità, concretizza una declassazione estremamente antitetica a tal punto da risultare ironica e divertente. Per questa pièce il teatro diventa un luogo sacro in cui riflettere, non solo concettualmente come siamo abituati, ma anche figurativamente e oggettivamente, così anche il Nuovo di Spoleto viene illuminato da specchi, deformati, posizionati sul palcoscenico e gli spettatori stessi sono abbagliati percependo “l’ondulata visione delle cose”, in cui ritrovare la propria percezione. “La rappresentazione che molti di noi danno all’esterno è essa stessa una deformazione di chi siamo realmente, così come la percezione che noi abbiamo di noi stessi” dove spesso ci crediamo anche più belli, “meglio”, in un’alterazione controproducente, sfumatura di una insicurezza intrinseca. Potremmo quindi dedurre che la verità sta proprio in quel sottile confine tra chi siamo e chi decidiamo di essere, incontro tra istinto e ragione. In questo concetto si racchiude anche l’essenza di tutti noi. Drusilla che probabilmente è l’amica e nemica, il sogno e incubo di Gianluca Gori, un artista ecclettico che attraverso questa meravigliosa donna elegante e intelligente, composta e irriverente, racconta molto di sé stesso, tra essere e apparire, in una scorrevole coesistenza che completa il suo ‘essere’ umano. O essere mortale, per citare la Venere di Drusilla che con un aggettivo continua a sottolineare questa distanza da una vita terrena, che come dicevamo, in realtà, non c’è. Lo si evince dalla cura (o devastazione) dei suoi legami familiari, la stessa riscontrabile di una qualsiasi madre con il proprio figlio oppure di una ipotetica suocera con la propria nuora. Assistiamo quindi alla ironica (qui, dato il contesto) e ossessiva gelosia per il sangue del proprio sangue e all’invidia per colei che glielo ha portato via rubandole il posto: il riferimento è ovviamente rivolto ad Amore e Psiche di Apuleio (sottotitolo dello spettacolo) in cui Venere ha una parte di rilievo per la dinamica, subdola, da lei scaturita e poi infranta a causa degli eventi incontrollabili. Le vicende ormai note si susseguono tra flussi di coscienza o telefonate a Marte, Giunone, Giove, e al suo fianco troviamo una figura decisiva, con la quale si confronta costantemente, interpretata dalla poliedrica Elena Talenti, che le tocca la coscienza attraverso un rapporto costituito da battibecchi e reciproca fiducia, riconducendola alle sue virtù, più comuni di quanto crede. Drusilla, immortale, eterea, è una Venere a tutti gli effetti, ma fa quel passo in più, si interroga e prova a risolversi partendo dai suoi errori, mostrandoci in tutta la sua bellezza, che tutto è possibile, anche se noi siamo mortali.

Erika Moroni