(-no spoiler-)

L’ambientazione romantica, di un mondo incantato, è l’inizio del film diretto e scritto da Laura Lucchetti, “La bella estate”, trasposizione del celebre romanzo di Cesare Pavese. Attraverso la vita di Ginia, ragazza che dalla campagna si trasferisce nella elegante Torino per affermarsi come sarta, ci riconosciamo, grazie l’ inesorabile mutamento a cui nessuno può sfuggire, ossia, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Siamo sul finire degli anni Trenta e ci accorgiamo di come certe dinamiche siano immutate nel tempo: la purezza è il punto da cui si parte, te lo stesso Pavese definì il suo lavoro “la storia di una verginità che si difende”, e aggiungo, per proteggersi da una nuda e cruda realtà. E’ così la primavera sfocerà nella calda stagione, tra notti sull’erba ad osservare stelle e tuffi nel lago, per poi proseguire verso l’autunno che ci introdurrà allo spoglio inverno. Un prima e un dopo, due realtà a confronto, come lo sono la natura e la città, l’autenticità e la complessità, così anche questa evoluzione umana è esattamente come il crudo passaggio dall’incontaminata natura della campagna, all’inafferrabile caos della città, nonché tema ricorrenti del grande Pavese nel suo ossessivo scavo interiore. Un cambiamento che può avvenire da un giorno all’altro, basta uno sguardo, una parola o un gesto per aprire porte inaspettate, e qui, ad avere la chiave è la bellissima ma soprattutto libera e disinvolta Amelia, una modella più grande di Ginia, che da subito le si affezionerà, rimanendone attratta per la sua innocenza e voglia di scoperta. Le due protagoniste sono interpretate da Yile Yara Vianello, fluida a tal punto da rendere il personaggio di Ginia totalmente credibile nella sua evoluzione, e Deva Cassel, alla sua prima prova attoriale, dimostra padronanza davanti alle telecamere, riuscendo a comunicarci il personaggio di Amelia nella sua intrigante e malinconica totalità. Il loro è un linguaggio che, ancor prima delle parole, passa attraverso i gesti, e attraverso il corpo stesso; lo percepiamo sia quando Ginia, attratta, scruta quello di una disinvolta Amelia mentre posa, nonché quando lei stessa si osserva allo specchio scoprendo una nuova sé in primis, per poi mostrarsi anche al mondo innamorandosi di Guido qui interpretato da Alessandro Piaviani, artista egocentrico. A completare il cast troviamo Nicolas Moupas (Severeino, fratello di Ginia), Adrien Deuvitte (Rodrigo, pittore amico di Guido) e il notevole Andrea Bosca, che assume i panni del Dott. Andrea, ruolo fondamentale per la parte conclusiva del film. La storia si colloca in una scenografia poetica, dalle atmosfere francesi, caratterizzate da pittoreschi viali alberati, eleganti caffè storici e studi d’ artista bohemien, mentre la fotografia è luminosa, con ambientazioni naturali-paesaggistiche ed interni sempre dai toni caldi. Molte le riprese ravvicinate, denotando uno stile che, soprattutto quando sembra di voler entrare prepotentemente nelle vite delle due ragazze per raccontarne il sentimento che le lega in contrapposizione al mondo che le circonda, ricorda molto quello di Abdellatif Kechiche ne ‘La vie d’Adele’. Le quattro stagioni sembrano prendere forma a seconda degli stati d’animo di Ginia fino ad arrivare al freddo che non assume il suo significato di maturità nel ciclo di una vita ma bensì maturità nella specifica trasformazione personale in donna. Amelia in tutto ciò si assume il compito di musa, amica, amante ma soprattutto guida, nell’inferno della città, fatta di ipocrisia ma anche di consapevolezza, nel buio e nell’incertezza dell’anima di Ginia, che ora si alla vita, pronta per una nuova primavera.

Erika Moroni

visione presso: Sala Pegasus, Spoleto (PG) (info> http://www.cinemasalapegasus.it )